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Le donne odiavano il jazz
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Via,
via, non perderti per niente al mondo lo
spettacolo
d'arte varia, di uno innamorato di te
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E'
tutto un complesso di cose e di arte varia di uno innamorato di te. Un cultore
di enigmistica classica come Paolo Conte, è il più amorevole ed
esperto nello spostare e sputare le parole giuste, collocandole al posto giusto, sempre, contorcendo sillabe e conati nasali come il miglior alfabetiere conosciuto
sullo scacchiere italico e perché no... mondiale, che provano, ci danno forte, ma non gli arrivano. Il Conte è fuggito, troppo avanti, si dice perché sia rimasto indietro. Roba da poeti con la camicia hawaiana.
L'uomo
del Mocambo
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Eravamo al Mocambo... |
Jazz
Poche donne amano il Jazz. Anche se ai miei spettacoli, intravvedo nell'ombra tante donne, chissà perché? Qualcosa mi sfugge". Un iniziale clima soffuso, con piano, sax, contrabbasso e tromba in sordina, poi un'esplosione di voci e fiati che inebriano. Il sassofono di Antonio Marangolo, disperato, introduce la melodia di Jimmy ballando. "Non pensare Jimmy, zitto, che il nemico ci ascolta, oh Jimmy, non giurare con te stesso. E' l'ultima volta. Ne abbiamo viste tante di regine andare sull'altro marciapiedi al sole e noi nell'ombra è sempre così, Jimmy, ridendo e scherzando", per poi aprirsi ad Irving Berlin, compositore e proprietario della music Theatre Box di Broadway. Qualche brano è una suite strumentale, un piccolo poema sinfonico del novecento arricchito di raffinate sfumature virtuose col Kazoo e carnali esotismi poetici. Un modo di costruire musica e canzoni senza il tremore del passato esaltando quello che secondo Conte sono stati gli anni più belli della storia di questo mondo, dal 1910 a prima del Fascismo. In pratica, e ovviamente. Figuriamoci.
Jimmy ballando, ballando
NON TRATTASI PIU' di canzonetta, ma di confezione internazionale per un
mercato raffinato, molto orfano di nuove suggestioni sudamericane ma
non per questo leggiadro, anzi, spesso molto tragico. Ineccepibile
ovunque, Conte, non si risparmia mai. Canta a Parigi, Belluno,
New York, Rieti, San Paolo o Campobasso, nulla cambia, importa suonare. Va
detto che i suoi concerti registrano sempre esaurito al
totale e questo non sorprende. A volte l'esaurito è di 500 persone, pagando il prezzo di un
biglietto dal conto stratosferico che ora non saprei quantificare precisamente. C'erano
ancora le nostalgiche lire e Conte chiese un biglietto di 400 mila
lire nei posti più sfigati. Nemmeno a Londra si paga così
tanto: "Purtroppo
è lo spettacolo a essere molto costoso", dice Rocco
De Venuto organizzatore
della Camerata musicale del Petruzzelli. "Ci
sono 11 elementi dell'orchestra e il cantautore arriverà con un volo
privato". Che
chiedesse anche di più, li varrebbe tutti.
E
mi vien da ridere, perché io sono istintivamente con Conte in tutto
ciò che fa. Qua in Italia non se lo caga nessuno o quasi. Vai
in giro per il mondo e scopri quanto ce l'invidiano e noi
imbecilli che neanche sappiamo chi sia l'avvocato mancato (per fortuna) di Asti.
Chi canta come lui? Chi allestisce un momento lungo 2 ore dove la
testa viaggia come quella dei bambini adulti. Chi crea atmosfere
così intense e brillanti? Assolutamente principianti. Per sempre. Così eravamo noi, nei ragazzi del jazz.
Brani adeguati alla "povertà" maldestra dei calembour, come quando sta al pianoforte (magari verticale) e ci si attorciglia sopra e sotto, come uno sferragliare alla guida di un trabiccolo somigliante più ad un automobile E GODE, GODE, GODE, SI VEDE CHE GODE. Caspita! Se si vede! Paolo Conte, canta incantando abboccando l'ultimo passo della verde Milonga che dannare tanto fa i polpastrelli incalliti dei musicisti.
IL Gagà SELVAGGIO
CONTE CANTA INCANTANDO ANCORA, certo, e anzi sembra passare a suoni di più serio spessore proprio perché parallelamente ha educato la voce a crescere nel primo periodo, i suoni dei dischi erano intelligentemente adeguati alla "povertà" maldestra del calembour, quando sta al pianoforte (magari verticale) era uno sferragliare alla guida di un trabiccolo somigliante più ad un automobile. Molte sono le sue esperienze di musiche di scena come autore di colonne sonore per il cinema e per il teatro. E' significativo che alcune di quelle che oggi noi conosciamo come canzoni esistevano già come temi strumentali scritti per il cinema (Max, Jimmy ballando, Hesitation) e là, dove nei film è previsto un testo originale e ancora Macaco,
Le chic et le charme, tapis roulant, Sontuoso misto mare, Locomotor e Habanera.Brani adeguati alla "povertà" maldestra dei calembour, come quando sta al pianoforte (magari verticale) e ci si attorciglia sopra e sotto, come uno sferragliare alla guida di un trabiccolo somigliante più ad un automobile E GODE, GODE, GODE, SI VEDE CHE GODE. Caspita! Se si vede! Paolo Conte, canta incantando abboccando l'ultimo passo della verde Milonga che dannare tanto fa i polpastrelli incalliti dei musicisti.
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Si
nasce e si muore soli. Certo che in mezzo c'è un bel traffico |
ANCHE SE CONTE vi si pone con taglio vivo e moderno. Un distacco illuminista e nobile, dell'ironia selvatica, violenta, istrionica, plebea e cavallerescamente auto-ironico. Mai prendersi sul serio, non so se l'abbia pensata mai questa frase, ma nelle sue canzoni si respira questo stato d'animo in misura extralarge. Assoluto disinteresse per l'attualità e tutto ciò che la circonda, ma non per la storia che ama. Un macaco senza storia, che si sente come Gongo, prima che arrivi. I rumori annunciano il suo ingresso sulla scena del Politeama.
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Il magico Teatro Politeama Palermo |
FU COSI' CHE c’innamorammo tutti, chi prima chi dopo, di Paolo Conte. Tutti a scriverne, tutti d’accordo nel cantarne le lodi di un artista così diverso, così unico, così stupefacente, così baffuto, osì struggente. Uno spettacolo d’arte varia, in un eccellente cornice orchestrale. Una presenza originale e intrusiva, per chi ci coccia, nella scena musicale del nostro tempo, che da decenni si esprime con dischi e concerti magici. Autore di letteratura moderna che non dimentica d'essere un "equilibrista" alla fine di ogni concerto col passato '900. Inizia ad essere un poco stanco. E se arriva l'applauso, è proprio l'applauso da circo, da saltimbanco che gli interessa, più delle ricerche che qualche musicofilo che ha elaborato su sue canzoni. Gli anni dell’adolescenza e della mescolanza dei Gender-Music-High, segneranno la sua vita. Trascorre i pomeriggi leggendo Salgari, Verne, Dickens e Pedrito El Drito, personaggio di Antonio Terenghi, in breve il meglio della lettura romantica, avventurosa e magica in circolazione nei primi anni 50.
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Era
un mondo adulto,
si
sbagliava da professionisti
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Sotto le
stelle
del
Jazz
NEL FAVOLOSO ventennio '50- '60, carico di speranze e illusioni, Conte comincia a scrivere canzoni per tutti a raffica senza calcar le assi chiodate. Inizia a studiare pianoforte con esiti strepitosi. Ha modo di conoscere le Pop Stardella belle époque e dedicandosi al loro successo con i brani scritti da lui elevando il livello medio del panorama musicale italiano. A Celentano regala "Azzurro", all’Equipe 84 dà "Una giornata sul mare", "Insieme a te non ci sto più" la da a Caterina Caselli, "Mexico e nuvole" per Enzo Jannacci e per Patty Pravo invece scrive "Tripoli ’69" impiegando mesi a spiegarle che non c’è nessun doppio senso nel titolo. Giunge il successo travolgente con canzoni come "Genova per noi", "Onda su onda", "Bartali" (doveva chiamarsi Merckx, ma con le rime come la si metteva dopo?), che consacra Conte come il più originale degli autori italiani in attività. Ma è giunto il momento. Conte decide d’interpretare le proprie canzoni. Nonostante il successo mondiale non dimentica chi gli è stato vicino agli esordi. Ed è proprio a Celentano, che Conte gli dedica un altro dei suoi capolavori, "Azzurro".
SAREBBE INGRATO parlare di Conte col consueto metro dei successi ottenuti, le canzoni e nozionismo di vario genere, solo contabilità. Ciò che più colpisce di quest’uomo, è che ha molto del gorilla-macaco, quando nel cono di luce creato ad arte che lo incastona in fondo al palcoscenico su un pianoforte a coda e muoversi claudicante che sembra grattarsi mentre grugnisce con le labbra appiccicate al microfono fino ad ingoiarlo, ormai. In questo gioco musicale, testuale e interpretativo, tra nobile e plebeo, tra l'alto e il basso, in quest'oscillare tra l'aulico e il dimesso, realizzato dagli abozzi dell'amico morto Hugo Pratt, dal compiuto al non finito, in questo continuo porgere e sottrarre, esibirsi e ritrarsi.
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Jino Touche,
mauriziano
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Il blues fu, in modo molto specifico,
la musica dei neri più poveri e meno rispettabili
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Non perderti per
niente al mondo, lo spettacolo
d'arte varia di uno
innamorato di te |
Blù Tango,
Blues Tango…
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No, certe cose non si scrivono,
che poi i giudici ne soffrono
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Ossigeno, ossigeno in più, pompano le casse audio in concerto, le Behringer.
L'orchestra,
decollava
LE CANZONI romanzate dell’avvocato astigiano arredano un mondo di provincia “universale” con i suoi sapori, umori, rumori. Le nostalgie ziesche, le costanti partenze, la nave come donna di cuore, l'orchestra che si dondolava come un palmizio, le lampade al lampo, i temporali afrodisiaci, chi teneva la porta aperta davanti alla primavera, la pista dei boschetti e poi una città rifatta da ragazzo e ritrovata in parte a Genova, la madre della favole del mondo di Conte.![]() |
STRIP di Paolo Conte |
Forza
Paolo,
è ora!
L’UNICA VOLTA che intervistai Paolo Conte fu nel 1997 in piena primavera al teatro Petrella di Longiano per la conduzione dell'art-director Sandro Pascucci che sapeva raccogliere il meglio (come anche Fabrizio De André, Fossati, Conte, Capossela...) che gli anni ’90 offrivano e mi sono vergognato come poche altre volte m'è accaduto nel mio lavoro.
Lui sarebbe andato in scena alle 21,30. Io arrivo al Teatro Petrella a Longiano alle 21,08 e m’infilo nel back-stage conoscendo a menadito il retrò del teatro diretto allora dal buon Pascucci, dove attraverso un pertugio nascosto che esiste solo per chi, come me, lo conosce, e saltando tutti, silenziosamente, il pertugio, mi conduceva verso il camerino degli artisti, tante volte l'ho fatto. M'incammino nel corridoio e incontro proprio lui. Capì subito che la fortuna era con me quella sera. Mi avvicinai, mi presentai e iniziò l’intervista. Durata un quarto d’ora, prima del concerto. Apro il block-notes per accorgermi d'essere privo di biro. PORCA ...
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Libertà
e perline colorate,
ecco
quello che io ti darò
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E LA MILONGA? |
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La penna d'inchiostro
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LUI SEMPRE più goffo e tranquillo, gentile e sornione, mi offre la sua,
una penna a sfera che probabilmente poteva essere di Marcel Proust
dallo stile e la laccatura in Peltro turco (mi dice notando e ridendo
del mio stupore davanti ad un oggetto semplice ma non comune),
incastonata di rubini. Pensai: per fortuna che ho dimenticato la mia
Bic a sfera, altrimenti avrei fatto la figura del beghino
"collotorto" senza neanche accorgermene. Ammesso che
l'abbia poi pensato. Passano velocissimi quei 20 minuti che arriva il
mio amico e suo tour-manager Renzo Fantini che gli ricorda
sull'incazzato: “Paolo, su, è ora!”, facendomi cenno d'aver
pazienza. Capisco, soprattutto sento il rumore del pubblico che ha
pagato 100 mila lire per vedere e ascoltare alle 21,30 Paolo Conte.
Non mi pareva il caso di approfittare ulteriormente. Annuisco, quindi. Paolo Conte resta
lì, del resto poco importa. Tanto a Parigi piove sempre. Tutto il resto è già poesia. E torno a Rimini in redazione per scrivere la mia intervista per il Messaggero a Paolo Conte e faccio le 23 spaccate. E' ora di darsi all'alcol.